
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

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«Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi».
Quando Étienne de La Boétie (presumibilmente nel 1549) scrive questo motto ha all’incirca diciannove anni. Perché questo dato è importante? Beh in senso stretto non lo è; ma certamente è interessante osservare come un giovane rampollo di nobile stirpe si roda il fegato al pensiero che esistano persone disposte a sottomettersi volontariamente ad altri individui tali e quali a loro. Abbiamo detto che il giovane Étienne – che da ora chiamerò Stefano per renderlo più familiare – era un nobile, e ciò può sembrarci un controsenso dal momento che egli stesso non aveva l’obbligo di chinare il capo davanti a nessuno, se non al Re di Francia. Eppure, proprio ciò, non dimostra altro che la genuinità del suo tormento: non si preoccupa per sé, ma si interroga sul destino dell’uomo. Tali tormenti si condenseranno in un piccolo libro (da cui il motto citato è tratto) destinato ad inquietare le anime dei potenti di ogni secolo a venire, che in Italia è stato tradotto con il titolo: Discorso della servitù volontaria (o Discorso sulla servitù volontaria a seconda delle edizioni). Questo stesso testo avrà un’eco straordinaria nelle parole di un altro importante autore, l’illuminista Jean-Jeacques Rousseau, che nel suo Contratto Sociale dirà: «L’uomo è nato libero, e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede padrone, non è meno schiavo di loro».
Ora, perché, a quasi mezzo millennio dalla sua stesura, questo testo dovrebbe attirare la nostra attenzione? Catene, servitù, padroni… noi viviamo in democrazia! Di grazia, che cosa dobbiamo farcene dei tormenti di un ragazzino spocchioso che alla fine dei conti ha vissuto una vita pure più agiata della nostra?
Ebbene, questo testo è importante perché quando Stefano ci parla delle tirannie non lo fa di certo in riferimento unico alle dittature (che comunque oggi esistono), ma ci dice una cosa ben più importante: siamo tutti uguali, siamo tutti della stessa carne; l’organizzazione sociale è importante, ma chi sta al vertice non ha nessun attributo che lo rende diverso da noi; il potere di chi sta al vertice è legittimato dalla nostra volontà o dalla nostra paura.
Il diciannovenne Stefano ci parla della legittimità dei nostri capi, e in particolar modo di quel capo che dimentica il suo ruolo di guida e che finisce per scadere nella prepotenza. Una figura che, con parole assai violente e che oggi potrebbero urtare più di una sensibilità, benché estremamente efficaci, definisce: «un ometto solo, nella maggior parte dei casi il più vigliacco ed effeminato della nazione; non avvezzo alla polvere delle battaglie, semmai, a mala pena, alla sabbia dei tornei; incapace di comandare gli uomini con forza, perché tutto preso a servire vilmente l’ultima donnetta».
Tuttavia il centro del suo discorso non è il tiranno (che, a scanso di equivoci, non va inteso unicamente in senso politico), ma coloro che gli consentono di tiranneggiare. Abbiamo detto che il cuore del tormento di Stefano è la servitù volontaria; ossia il sentimento che ci spinge ad affidare la nostra vita ad un altro individuo e che, allo stesso tempo, ci porta a temerlo. Egli con un po’ di sprezzo, tanto giovanile quanto aristocratico, si rifiuta di chiamare questo sentimento codardia, ritenendo che sia qualcosa di ancora più turpe. Chiaramente, l’aristocratico e giovane Stefano non doveva aver fatto i conti col fatto che spesso, per molte persone, la necessità impone di fare anche patti col diavolo. Ciò nonostante, tralasciando l’origine di questo sentimento, non dice una cosa falsa: il potere del prepotente è forte tanto quanto noi glielo concediamo; e non singolarmente, ma come collettività. Infatti dice: «Se due, se tre, se quattro uomini non si difendono contro uno è cosa strana, ma pur sempre possibile; si potrà ben dire, in questo caso, che si tratta di mancanza d’animo. Ma se cento, se mille ne sopportano uno solo, non si dirà certo che non osano prendersela con lui? Che non si tratta di codardia, ma piuttosto di spregio o disprezzo? E se si vedono non cento o mille uomini, ma cento paesi e mille città, un milione di uomini, dei quali il meglio trattato subisce il danno di essere servo o schiavo, non scagliarsi contro quell’uomo solo, come potremmo mai chiamare questo? Vigliaccheria?».
Dall’alto del suo palazzo nella regione di Bordeaux non doveva venirgli difficile di chiamare gli altri “vigliacchi”; tuttavia è nostro compito fare lo sforzo di comprendere (e chi è stato giovane può farlo) lo sdegno che può aver scosso un ragazzo di diciannove anni che non riusciva a trovare pace guardando ad un mondo che barattava la propria libertà per un po’ di serenità quotidiana.
A distanza di quasi mezzo millennio l’insegnamento di Stefano, gridato su carta, è più attuale che mai. Non siamo sudditi di una monarchia assoluta, ma i prepotenti continuano ad esistere; perciò, gridiamolo ancora una volta: siamo tutti fatti della stessa carne! Il prepotente ha tanta forza quanta gliene concediamo! Decidiamo di non servire più, ed eccoci liberi!
Nota dell’autore:
Mi rendo conto che il lessico di de La Boétie contenga espressioni che oggi, a ragion veduta, consideriamo sessiste ed omofobe; e che io stesso condannerei qualora fossero impiegate da un nostro contemporaneo. Mi rimetto alla capacità del lettore di riconoscere che queste appartengono ad una sensibilità vigente quasi cinquecento anni fa. Ho ritenuto opportuno riportarle in quanto sono parole stesse di de La Boétie (che quindi si incontrerebbero in ogni caso nella lettura della sua opera) molto efficaci nell’evidenziare il suo pensiero.
Testi di riferimento:
E. de La Boètie, Discorso della servitù volontaria, a cura di E. Donaggio, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2014.
J. Rousseau, Il contratto sociale, traduzione a cura di J. Bertolazzi, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2003.