
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

Fatti e Racconti
“Mi hanno detto…” “Si dice…” “Ho letto…”
Se orientarsi nel chiacchiericcio non è mai stato semplice, oggi, dove siamo costantemente inondati di informazioni da ogni direzione, sembra quasi impossibile.
Per tenerci ben informati abbiamo spesso bisogno del racconto di qualcun altro; che sia un amico, un parente, un vicino o un professionista (come un giornalista). Conoscere tutto, ahinoi, è notoriamente impossibile, ma per fortuna c’è chi si informa per noi e si prodiga di raccontare quanto apprende. Ma nel mondo in cui più che cercare informazioni le subiamo; nel mondo in cui esistono le intelligenze artificiali che, oltre ad un’enormità di comprovati vantaggi, sono spesso impiegate per diffondere falsità; e nel mondo dell’umana troppo umana malizia, per comprendere qualcosa di ciò che realmente succede intorno a noi dobbiamo fare uno sforzo in più: dobbiamo mettere in dubbio anche chi ci dà notizie.
Senza scomodare grandi filosofi del passato, possiamo affermare che di realtà ne esistono ben due: quella fattuale, che corrisponde a ciò che realmente accade; e quella raccontata. Ora, il racconto è quasi sempre un tradimento dei fatti. E questo perché la nostra percezione non è mai completamente limpida e la memoria è una gran birbante. I nostri ricordi sono sempre filtrati da emozioni e stati d’animo che possono alterarne la veridicità. Anche quando raccontiamo un evento, scegliamo le parole giuste in base a chi ci ascolta; la dettagliatezza del racconto è limitata alla nostra padronanza lessicale; lo racconteremo alla svelta se andiamo di fretta, o saremo prolissi se abbiamo abbastanza tempo.
Detta così, la comunicazione sembrerebbe qualcosa di infattibile. Eppure, l’esperienza ci dimostra quotidianamente che non abbiamo troppi problemi a conversare. Ciò perché questi difetti congeniti all’uomo solitamente sono per lo più irrisori, e perché il buonsenso ci induce ad accettare un certo margine d’errore. Ma oltre a questi, per cui si può fare poco o nulla, esistono altri filtri tra la realtà di fatto e quella rappresentata che sono la buona e la cattiva fede.
Chi racconta, o meglio chi informa, può farlo in due modi: facendo sì che la sua narrazione aderisca il più possibile ai fatti; o narrando cose che non aderiscano ai fatti.
Chi fa aderire il suo racconto alla realtà e riporta prove concrete a sostegno di quanto dice, si sta avvicinando al vero, e rende un buon servizio a chi lo ascolta o legge. Chi si discosta dalla realtà, sostituisce ai fatti una narrazione che pretende di valere più dei fatti stessi, tradisce la nostra fiducia.
Se ogni racconto è inevitabilmente una mediazione, ciò non significa che tutte le mediazioni si equivalgano. Esiste una differenza decisiva tra chi, pur nei limiti umani, tenta di avvicinarsi ai fatti, e chi invece piega i fatti alle proprie convenienze.
Ebbene, anche qui, non tutte le menzogne sono uguali: un conto è l’amico che sostiene di avere una Ferrari in garage. Un altro è un amministratore che millanta di aver realizzato opere che in realtà non ha fatto o mente sul bilancio; o un giornalista che altera un dato e diffonde notizie false. Riconoscere quando un nostro conoscente la spara grossa non è poi così difficile; il discorso è ben diverso quando ci troviamo di fronte alle informazioni diffuse da figure autorevoli. L’Autorità, mediamente, beneficia della nostra fiducia in virtù della sua posizione nella gerarchia sociale: da un amministratore, eletto per la guida della comunità, e da un professionista dell’informazione che dedica la sua vita al racconto dei fatti, mi aspetto chiarezza. E qui c’è la trappola: fidarsi è come lasciare una porta aperta; e se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, allora il gioco è fatto.
Informare correttamente, in questi casi, non è solo parte del mestiere, è responsabilità civile. Quando l’Autorità mente, contravviene al patto che la lega a chi gli ha concesso la propria fiducia. Così com’è, d’altra parte, nostra responsabilità chiedere sempre all’informatore autorevole di rendere conto, mostrare le fonti, domandare perché sta dicendo proprio quella cosa e perché la sta raccontando proprio in quel momento. E ciò non perché l’Autorità sia cattiva e ne approfitti sempre, ma per scongiurare la possibilità che possa farlo.
Infine, all’amico che trova irresistibile o si ostina a voler costruire racconti che non aderiscono al reale, non possiamo che imporre una scelta: lavorare perché il reale finisca per aderire alle sue parole, e quindi realizzare ciò che ha detto; oppure rinunciare all’illusione e restituire i fatti nella loro nuda evidenza. Perché se è vero che non si può conoscere tutto e che i racconti possono sedurre; è altresì vero che i fatti restano fatti, e prima o poi vengono a galla.