
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

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Non è un mistero che vivere sia testimonianza del cambiamento. Con lo scorrere del tempo tutto cambia; cambiamo noi, cambiano le nostre abitudini e, inevitabilmente, muta anche l’ambiente che ci circonda. Di fronte al mutamento, generalmente, si manifestano due sentimenti: il primo è la nostalgia, che ci spinge a dire “era meglio prima”. Il secondo è quello che ci invita a considerare sempre la novità come qualcosa di buono e di migliore. Tuttavia, qualunque sia il nostro stato d’animo nei confronti di esso, il cambiamento è una legge del mondo e, in quanto tale, non è né giusto né sbagliato nella sua essenza. Ciò nonostante, è più che lecito mettere in questione come le cose si trasformino, a maggior ragione quando si intende amministrare una comunità; poiché sebbene il cambiamento sia inevitabile, questo può comunque essere governato ed è dunque oggetto di governo.
Negli ultimi due decenni molte città italiane sono state teatro di profonde trasformazioni grazie, in primo luogo, ad un sensibile incremento del turismo. Proprio la ri-scoperta delle bellezze nostrane è stata fonte di incentivi per importanti progetti di riqualificazione, soprattutto di quei luoghi urbani un tempo marginali benché intimamente autentici; si pensi, ad esempio, ai quartieri popolari di città come Firenze, Milano o Napoli. Intere aree urbane sono state ripensate per attrarre investimenti, visitatori, nuove economie: facciate restaurate, locali rinnovati, strade ridisegnate. Tutto ciò ha indubbiamente condotto all’accrescimento dei servizi disponibili, della cura degli spazi pubblici e, soprattutto, degli introiti economici. Ed è qui che dovrebbe venire a bussarci il buon vecchio senso critico, poiché sappiamo bene che non è sempre oro ciò che luccica e che le medaglie hanno sempre due facce. Se da un lato tutto ciò può apparire come un segno di vitalità e progresso, dall’altro, parallelamente a questo processo di abbellimento e valorizzazione, si è sviluppato un fenomeno più complesso, spesso meno visibile: la progressiva sostituzione di una comunità con un’altra. Le abitazioni diventano alloggi a breve termine, vecchie botteghe artigianali si trasformano in souvenir-shop, le piazze divengono scenografie, locande e trattorie mutano in ristoranti chic dove più che il cibo si ricercano experiences.
Tale cambiamento, quindi, non riguarda solo la qualità estetica della città, bensì la sua funzione: gli spazi nati per essere abitati diventano spazi da consumare; le relazioni di vicinato cedono il passo alla rotazione continua di presenze temporanee; i servizi quotidiani lasciano il posto ad attività pensate per chi resta pochi giorni; i prezzi aumentano a dismisura e il cittadino finisce per essere estraneo in casa propria, quando non è costretto ad andare via a causa dell’impossibilità di sostenere i costi di una città che cresce ignorando le sue esigenze.
Dinamiche che possono sembrare lontane, proprie delle grandi metropoli, non sono in realtà estranee alle comunità più piccole. Anche nei centri di provincia — dove i numeri sono diversi ma le logiche simili — il cambiamento urbanistico ed economico può modificare profondamente l’identità di un luogo. Ed è proprio qui che il tema del governo del mutamento torna ad essere centrale: se in città tali fenomeni interessano quartieri specifici e centri storici, nei borghi e paesini vanno ad intaccare la stessa sopravvivenza di questi ultimi. Un quartiere è pur sempre inserito in un contesto più ampio che ne salvaguarda l’esistenza; un paese di montagna che vota il suo sviluppo al turismo fa una scommessa di vitale importanza dal momento che questo resta soggetto a dinamiche aleatorie e difficilmente controllabili. Il turismo segue le mode, e le mode passano. Un piano di sviluppo fondato su questi presupposti ha, evidentemente, le gambe corte se mal gestito: tolto il danno di una comunità che si trasforma perdendo la propria integrità sociale, culturale ed economica; cosa accadrebbe se, per qual si voglia ragione, di colpo si dovesse perdere l’interesse dei turisti?
Un buon governo del cambiamento, piuttosto che interessarsi all’immediato guadagno di pochi, dovrebbe promuovere uno sviluppo oculato, che si fondi su una programmazione intelligente e a lungo termine, in armonia con le esigenze dei cittadini e della natura.
Tornando ai sentimenti descritti in apertura, non dobbiamo combattere la trasformazione ad ogni costo; né credere che ogni novità sia cosa buona e giusta. Si tratta piuttosto di domandarsi chi benefici realmente di queste trasformazioni e chi, invece, ne paghi silenziosamente il prezzo. Perché quando il valore economico di un luogo cresce più rapidamente del suo valore sociale, il rischio è che la città smetta di essere casa e diventi prodotto, un prodotto a scadenza breve.