
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

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Cartelle “pazze”, legge ignorata, i cittadini pagano
Come sancito dall’art. 23 della Costituzione, “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Eppure negli ultimi mesi numerosi cittadini di Castel di Sangro si sono visti recapitare avvisi di pagamento e cartelle esattoriali per tributi locali — IMU, TA.RI e altri — che in molti casi risultano infondati o riferiti a somme già versate. A destare particolare attenzione sono le pretese relative all’IMU: richieste di pagamento per immobili che, alla luce delle norme e delle pronunce giurisprudenziali più recenti, non dovrebbero essere soggetti a imposizione.
Per anni l’esenzione IMU per l’abitazione principale è stata applicata sulla base di una nozione che coinvolgeva l’intero nucleo familiare: l’immobile dove «il proprietario e il suo intero nucleo familiare» risiedevano e dimoravano abitualmente: se marito e moglie risiedevano in case diverse, l’agevolazione spettava una sola volta, costringendo di fatto uno dei due a pagare la tassa sulla propria, unica, dimora.
Il quadro è cambiato radicalmente il 13 ottobre 2022, con la sentenza n. 209 della Corte Costituzionale. I giudici hanno riscritto la definizione di abitazione principale, spostando il diritto dal nucleo familiare al singolo individuo. Ora è “abitazione principale” l’immobile in cui il possessore «dimora abitualmente e risiede anagraficamente». Una rivoluzione semplice: se due coniugi vivono stabilmente in case diverse, entrambi hanno diritto all’esenzione sulla propria dimora. Una sentenza che, è bene ricordarlo, ha efficacia retroattiva.
La Corte ha chiarito che spetta ai Comuni verificare la sussistenza dei requisiti per l’esenzione.
Per i Comuni caratterizzati da numerose nuove residenze di provenienza extraregionale è un compito arduo e potrebbe portare ad una riduzione di introiti nelle casse comunali. In teoria, gli uffici comunali dispongono già dei dati anagrafici e di quasi tutte le informazioni necessarie per accertare residenza e dimora abituale. In pratica, però, a Castel di Sangro si moltiplicano gli invii di atti che sembrano ignorare la nuova normativa. In diversi casi, le richieste di annullamento in autotutela presentate dai cittadini restano senza risposta: il rifiuto che non osa dirsi tale.
In contesti del genere un malpensante potrebbe ipotizzare ad un cinico calcolo di convenienza a discapito del cittadino: quando l’importo della cartella è inferiore al costo (in denaro, tempo, stress) di un ricorso, molti contribuenti, sfiduciati, preferiscono pagare pur di chiudere la pratica. Il risultato è un doppio spreco: risorse economiche ingiustamente sottratte ai cittadini e un contenzioso potenziale che, se tutti facessero valere i propri diritti, graverebbe sulle stesse casse comunali. Oltre al problema tecnico, vi è un problema politico. Ma chi è responsabile di questa prassi? Il Consiglio Comunale è l’organo di indirizzo politico dell’ente, mentre la Giunta traduce quegli indirizzi in programmi gestionali concreti. In pratica, sindaco, assessori e consiglieri definiscono le “direttive” che orientano l’attività degli uffici comunali mentre il funzionario responsabile dei vari uffici del Comune è chiamato a renderli operativi nel rispetto della legge. La domanda è inevitabile: in che direzione è stato dato l’indirizzo? Verso un controllo che eviti o corregga gli atti illegittimi, o verso un mero recupero di gettito, anche a costo di inviare cartelle prive di fondamento? In altre parole, qual è la considerazione per i cittadini: una comunità da servire o una risorsa da spremere?
Un’amministrazione al servizio della comunità adotterebbe procedure preventive, risposte tempestive all’autotutela e trasparenza. Viceversa, se prevale la logica del recupero a ogni costo, il risultato è sfiducia, spreco di risorse e contenziosi evitabili.
I cittadini che ricevono cartelle sospette, non sono impotenti, possono presentare istanza di annullamento in autotutela, chiedere il rimborso per i pagamenti effettuati negli ultimi cinque anni e, se necessario, rivolgersi a un professionista. Il Comune è chiamato a rispondere e a chiarire i criteri applicati, sempre secondo “direttive”.