
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

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Così come l’uomo smarrito ricorre ai propri maestri, così le epoche inquiete, per rifondarsi, ritornano al passato. Questa penna, dal canto suo, nei momenti di incertezza si è sempre rivolta (e mai risolta) all’arte e la ragione è semplice: l’arte è sempre al di là del bene e del male. E nell’era in cui la produzione artistica s’è tristamente fatta citazione dimenticando il suo farsi, guardare ad essa, nella sua purezza, forse vale più di un semplice atto di riconciliazione estetica. L’opera ci parla, sicché è un umano prodotto, e non sempre consola; quella buona turba, smuove, commuove, e solo alla fine di questo viaggio tra le emozioni ci si può dire – forse – riconciliati. Ma perché il viaggio cominci sono necessarie due cose: la volontà di viaggiare e, soprattutto, la volontà di ascoltare la voce del maestro antico.
La virtù del maestro passato, tuttavia, non sta nella sua autorevolezza istituzionale e istituzionalizzata, bensì nel fatto che egli ha già vissuto, ha già esperito, ha conosciuto l’amore prima di noi. La sua forza è quella di aver appreso e trasmesso emozioni che accompagnano l’uomo in ogni epoca.
Questo è il primo insegnamento: vedere ciò che è sempre comune all’uomo. E in seno a questa lezione un poeta morì il 2 novembre dopo aver scritto “Io so, ma non ho le prove”. La grandezza dell’arte non va cercata nella grandiosità tecnica, ma nella sensibilità dell’artista. Al poeta, in quanto artista, non servono prove perché con la sua sensibilità vede oltre. Ma a quale prezzo?
In un paradosso che solo la poesia poteva generare, la risposta a tal quesito è stata sugellata nell’epica figura di Cassandra, principessa troiana, la più bella tra le figlie di Priamo. Stando alle parole dell’eterno Omero, per un torto al dio Apollo fu condannata a non essere mai creduta sebbene fosse una profetessa. Così, quando predisse la caduta di Troia per mano achea, fu derisa e ripudiata dai suoi stessi concittadini che scambiarono i suoi ammonimenti per un malaugurio.
La tragedia di Cassandra non risiede nel dono della profezia, bensì nell’eccesso di sensibilità. Nella capacità di cogliere nei segni del presente ciò che agli altri appariva ancora invisibile. È forse questo il secondo insegnamento che l’arte consegna a chi è disposto ad ascoltarla: non tanto la capacità di prevedere il futuro, quanto quella di avvertire nel presente ciò che già si sta preparando. L’artista, come Cassandra, non è colui che sa, ma colui che sente prima.
Ma sarebbe un errore credere che tale sensibilità appartenga esclusivamente agli artisti. L’arte non è importante perché produce profeti, ma piuttosto perché educa lo sguardo. Essa ci insegna a riconoscere ciò che è umano nell’altro, a cogliere ciò che si muove sotto la superficie delle cose, ad ascoltare ciò che il frastuono del presente tende a soffocare. Non tutti sono chiamati a creare opere d’arte; tutti, però, possono imparare a guardare attraverso di esse. Cassandra vedeva troppo. Noi, forse, vediamo troppo poco. È per questo che continuiamo ad aver bisogno dell’arte: non per imparare a predire il futuro, ma per imparare ad accorgerci del presente.
Caro Raffaele nel farti i complimenti per questa tua bella dissertazione mi viene in mente una frase del grande Picasso, che dimostra come l’arte debba essere calata sulla realtà e gli artisti devono avere gli occhi per saperla interpretare. Infatti tornando al famoso pittore, questi davanti alla sua grande opera Guernica, raffigurante la guerra e le barbarie, rispose ad un ufficiale tedesco, il quale gli domandava se fosse lui l’ autore, “no, l’ hai fatta tu!”