
Quotidiano di informazione indipendente dell'Alto Sangro

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«Io non credo nei miracoli». Così incomincia una canzone di Arisa. E ai miracoli, non ci crede neanche il sottoscritto.
2026 anni di Cristianità ci hanno lasciato un vasto campionario di concetti che, in un modo o nell’altro, sono fuoriusciti dal cerchio della spiritualità per penetrare nei restanti ambiti della vita, anche quello della vita civile: uno su tutti è il concetto di miracolo. Quante volte rivolgiamo le nostre speranze all’intervento di un rappresentante politico perché risolva dei problemi apparentemente irrisolvibili. Non è forse l’attesa di un intervento miracoloso?
La politica ci ha abituato da tempo a queste dinamiche; si pensi a quante volte negli ultimi anni il governo centrale ha prodotto leggi sull’onda di eventi mediatici, realizzando dei veri e propri prodigi. Leggi e provvedimenti attuati in tempi da Guinness dei primati, spesso approfittando della collettiva fragilità emotiva che segue ai fatti di cronaca.
Ma il potere mirabolante e taumaturgico dei nostri amministratori non si manifesta soltanto quando si tratta di placare gli animi delle folle. Esiste un altro momento della vita civile in cui queste doti soprannaturali vengono ostentate con ancora maggiore zelo: quello della campagna elettorale.
Nelle amministrazioni locali il tenore di questi prodigi non è da meno. E così, in piena osservanza della meglio tradizione, capita che a pochi mesi dalle elezioni anche nei comuni più piccoli si dia il via al bombardamento mediatico che a suon di «Ho fatto questo» e «Ho fatto quello», «Faremo questo» e «Faremo quello», ingolfa ogni giorno i cellulari dei cittadini. Appaiono cantieri a destra e a manca, sempre accompagnati da proclami altisonanti e così, guardandosi intorno sopraffatti da tanta meraviglia sorge spontanea la domanda: “Che tra le tante costruzioni messe in conto ci sia pure un santuario?”
Abbandonando l’ironia, questo fenomeno offre la possibilità di riflettere su qualcosa di molto più serio: si può amministrare il bene pubblico con dei miracoli? Dove sono la visione e la progettualità?
La risposta sta nella domanda; se un’amministrazione va avanti ad interventi spot è evidente che una visione non ce l’abbia. Solo un burattino come Pinocchio poteva credere che seminando cinque zecchini d’oro può crescere un albero coperto di monete. Perché si raccolgano frutti maturi per tutta la comunità, non basta un solo prodigio, di solito servono costanza, impegno e progettualità.
Ci sarebbe anche da ragionare sulla natura di questi miracoli, di quanto siano realmente consistenti e di quali reali benefici portino alla cittadinanza; in poche parole, ci si dovrebbe domandare se non sono altro che specchietti per le allodole. Ma tali riflessioni meritano uno spazio e delle competenze che non sono proprie di questo testo e di questo autore. Resta tuttavia difficile non richiamare una celebre osservazione di Giulio Andreotti: «A pensar male si commette peccato, ma spesso ci si azzecca».
In conclusione, il problema non è credere o meno ai miracoli, ma smettere di considerarli un metodo di governo. Perché, passata la meraviglia, restano sempre le stesse strade, gli stessi problemi e — troppo spesso — le stesse promesse.